sabato 26 aprile 2014

INSIEME DI SENTIMENTI IN UN CHE




Che piangere; un versamento di dolore e di lacrime,

Che ridere;, una luce dell’anima, una finestra che si spalanca al mondo,

Che amare; il desiderio di appropriarsi dell’altrui corpo e gioire dei propri sentimenti.

Che apprendere;, illudersi di colmare un vuoto infinito con un granello di vano orgoglio

Che soffrire;, un’inutile resistenza al destino, da altre forze già programmato.

Che gioire; un’illusione di qualche attimo di speranza.

Che di pazienza la percezione d’impotenza dell’essere umano

Che di lussuria; paura di non aver tempo per godere.

Che di avidità; l’effimero convincimento di sicurezza.

Che di potere; il desiderio di sfuggire al richiamo della natura.

Che d’invidia l’incapacità d’accettare i propri limiti.

Che tradire; soffocare per un attimo la propria coscienza per sbagliare di nuovo.

Che odiare; uccidere col pensiero la parte di sé che non si ama.

Che di terrore; la coscienza di non poter gestire gli eventi.

Che di disperazione; l’incapacità di accettare l’inevitabile.

Che di fantasia; illudersi di cambiare le cose per renderle come si vuole.


®© Mario Italo Fucile


COLOMBE ALL'OMBRA DEL SOLE



In cielo due ombre scure si stagliavano nel cerchio  di un disco brillante.
Emetteva una luce abbagliante che accecava chiunque volesse osservare
dalla spiaggia quelle strane forme galleggianti nell'aria in un ritmo danzante
Forme in movimento ombre che volteggiavano nel vuoto, sicure sulla superficie del mare.

Planavano in modo troppo ambiguo e allo sguardo  molto diverso.
 come se non avessero avuto come insegnante,  lo stesso maestro
una di candido colore bianco, scivolava dolcemente padrona dell'universo
il compagno la seguiva ma  era impacciato e sbatteva le ali in modo maldestro.

Solo guardando attentamente il loro colore
spariva d'incanto a chi le osservasse ogni stupore.
Una era nera come il carbone, era il maschio nel corpo scomposto
la compagna sembrava un angelo ricoperta di candide piume
sul petto dal cuor fuoriusciva una luce intensissima non certo di un lume.

Vi era fra loro, grande complicità e un forte intendimento
guardandoli avvinghiarsi in cielo in tenere plumbee carezze
nessuno avrebbe mai pensato ad un loro futuro  allontanamento.
e neppure a diversità fisiche che al mondo sembrano stranezze.

Una era bianca, l'altra dal nero piumaggio elementi che sciolsero il sentimentale ancoraggio
per loro non poteva esistrere una stagione  tiepida  come il mese di maggio,
ognuno era nato in un nido diverso, uno fatto d' asciutti steli di soffice erba
e l'altro di lignei intrecci di arbusti, colmi di spine e di canna di fiume ancora acerba.

Ecco perchè non riuscivano a cantare e ad amarsi all'unisono
il loro linguaggio d'amore stonato, forzò il loro abbandono
si sa che ognuno ama il suo pari,
e che si allontana da chi non impari.

Questa è la storia di una colomba, per dannazione nata da una nera covata
che s'illuse di fare breccia nel cuore di una candido piccione in una tiepida giornata.



Il NULLA COME LUCE



Non voglio essere lugubre, ma oggi son meno sereno
Ieri una giovane amica ha lasciato questo dannato terreno.

Era una delicata fata colpita dal male, una diagnosi incurabile.
fatta da anni. Una vita artificiale la sosteneva forzatamente da tempo immemorabile.

Era, ricordo, fra le sue coetanee, sicuramente la più bella.
Gli occhi le brillavano, sperava in un futuro migliore,lo ha avuto, ora è  divenuta una stella.

Non ha potuto avere nella sua gioventù consapevolezza dell’amore.
Quello di  un uomo, di sentimenti lieti, di passione e di focoso ardore.

Non credo che la bellezza e l’amore scompaiano così improvvisamente.
Ritengo che qualcosa resti in natura e non solo nella nostra mente.

L’aria come il nulla, il tempo come il niente, una brezza pura come ambiente
Solo Il vuoto spinto e vacuo, cupi  pensieri nella  nostra mente

La cenere dissolvenza di carne e di  sentimenti è ciò che resta dopo la sua morte.
Ma vi assicuro per me non è questa di sicuro la nostra futura sorte.

Energia, colori brillanti e felicità, son diventati  una vera stupefacente
 bella consorte.

Chi l'ha amata la vede, la sente, il suo riso nell'aria vibra di melodia stupefacente. 

®© Mario Italo Fucile




venerdì 25 aprile 2014

IL BACIO DELLA CROCEROSSINA




Dall’alto come stelle filanti nell’oscurità della notte,
Lampi d’innaturali svariati colori incandescenti,
Tracciavano il cielo, traforando le nuvole ai rumori assuefatte.

Gli astri per timore avevano lasciato il firmamento, ora del tutto evanescenti.  
Lasciando che la luna illuminasse di riflesso quel campo distrutto,
 dall’uomo e da innumerevoli profondi e larghissimi solchi, abusato.

La luna illuminava con la flebile sua luce un immenso macello,
corpi di giovani dal viso acerbo di lurida  melma di già ricoperti.
macchie di sangue, laceranti ferite, erano i loro dolorosi tormenti 
la figura della gelida morte, l’ultimo grande fardello.

Dolorose lacerazioni smembravano corpi e strappavano arti
 Ponendoli nelle maniere più innaturali e spargendoli in più parti.

 Per materasso la cruda terra, i sassi del Piave o dell’Adamello
Nel cielo, solo rombi tuoni e sibili acuti, grida strazianti, irreali
Si disperdevano rimbombando nel cuore e nel loro cervello.

Dalle bocche, flebili suoni pronunciavano un solo nome di vocali.
 e consonanti diverse, che componevano una grande  Parola 
 il cui nome tutti conoscono dolcissimo insieme di lettere : “ AMORE “

Che fosse quel nome, Mamma o Rosa ma anche. Giovanna.
O quello di un Santo, provenivano tutti da un grosso bisogno,
Quello di ripoter rivedere la loro tanto bramata compagna.
Le unghie e le dita si aggrappavano alla terra in un ultimo sogno.

Morire per loro non era più un gran male
Anni in trincea avevano  contorto ogni loro logica mentale.

Dita leggere accarezzarono di un militare la fronte sudata.
Una mano afferrò con dolcezza quell’arto nel terreno anchilosato.
Lo appoggiò al suo cuore di donna, come se fosse quel dell’amata
Quello della ragazza, lasciata in un paese lontano, di cui si era invaghito.

Gli occhi dell’uomo avvolto in quella verdastra divisa così lacerata
 fissò questo viso, a lui con i contorni indecisi, e tanto annebbiato.
La Crocerossina poggiò con dolcezza le sue stupende tenere  labbra.
Su quelle asciutte di un piccolo sfortunato eroe chiamato soldato.
Un ultimo sguardo felice a quell’angelo e il suo corpo diventò inanimato.

®©  Mario Italo Fucile




giovedì 24 aprile 2014

LEGNI DI ABETE INTRECCIATI











Manufatti di faggio evaporato o al sole essiccato
Cesti capienti di un colore bruno o anche dorato
 Sono il risultato della fronte e del sudore di lacrime amare,
 Di sforzi di pianti ma anche di risate nel freddo di un inverno
Fra i boschi  ad accudire le bestie o pascolare

Sono oggetti che parlano, che provengono da alti fusti di pino o di abete.
Da giunchi strappati agli argini di profondi ghiaiosi ruscelli.

Sapientemente curvati, intrecciati e  per sempre avvinghiati e contenti
Non dal movimento di mani esperte con veloci precisi movimenti
Ma più che altro da un grande amore per la famiglia,
e dal ricordo dell’unica ancora adolescente sua figlia.

La speranza d’aver da coloro cui i manufatti sono proposti,
un po’ di umile e concreta riconoscenza.
E’ un oggetto di certo utile fatto con cura e estrema decenza.
Su di un ligneo carretto di legno son trasportati per diverse città e poi proposti.

Non tutti capiscono però che quegli intrecci di vimine rinsecchito.
O che quegli oggetti di giornaliero uso, sono nati da più sentimenti.
Amore per il proprio lavoro, per la famiglia per colui che lo ha acquisito
Dalla cui fattezza e semplicità ne è rimasto altamente allibito.

 Sono cesti pieni d’amore di gente comune, povera, semplice e perciò stupenda.
Che la natura dagli spessi scarponi fra i monti verdeggianti ha calpestata,
Ma che sa che sarà dai fiori, dall’erba e dalle piante senza farne ammenda.
Senza indugio alcuno per tutta la vita perdonata.

®© Mario Italo Fucile

FRAGILE ANIMA MIA




Fragile anima di donna romantica.
Delicatissimo cuore sofferente per ogni piccolo incerto segnale.

Un gesto o solo uno sguardo, la mancanza di un cenno
Una qualsiasi cosa che non sia accompagnato da un velo,
avvolgente sottilissimo drappo di semplice amore.

Adorata arpa solitaria che emette note sublimi in un mondo confuso
In cui il romanticismo di fragili nobili elitari elementi
Rimangono nel nostro mondo in un luogo ignoto rinchiuso.

Il cuore mi lacrima e si stringe nel petto pensando alla tua.
Laconica malinconia.
Tristezza che sento dolorosamente come fosse anche mia.

Camminiamo ti prego uniti abbracciati lungo la spiaggia
Accanto al bordo del mare, fra le onde leggere della risacca,

Con il mio braccio stringendo amorevolmente la tua vita sottile.
Guardiamo le stelle, la luna, l’intero creato,
ma anche quel buio che appare a noi tanto insicuro.

Prestiamo con attenzione ascolto al nostro cuore infantile.
E nel silenzio più intenso guardiamo solo al futuro.
Forse in tal modo, ritroveremo un po’ di serenità in questa realtà così vile.

®©   Mario Italo Fucile


FOGLIE D'AUTUNNO




Un leggero velo di nebbia impedisce il passaggio di luce,
Il paesaggio sembra del tutto svanito nell'ombra .
Cammino silenzioso con lo sguardo abbassato e un po' truce,
C'è qualcosa che non torna e il mio volto s'adombra.

Guardo il cielo confuso, leggermente imbronciato.
I miei passi affrontano veloci la terra battuta.
Rami sottili si susseguono sul terreno da me calpestato.
Mentre l'oscurità tenebrosa non è ancora caduta.

La luna lontana sembra cullarsi felice nel vento
le alte fronde si agitano nervose nell'aria 
di certo dal fitto brusio che è tutto un commento
si eleva una flebile voce decisa e solitaria.

Si muovono le foglie nell'aria, tremanti e poco gioiose.
Gridano sommesse frasi dettate dal cuore 
Fissate precariamente ad un filo che osservano paurose,
picciolo sottile che ancora le lega all'amore.

Si spostano congiunte sospinte dalla brezza serale
mentre implorando, si abbracciano tremanti.
Rassegnate svolazzano impaurite nel giro infernale.
Sognando la vita passata in rosei tramonti.

Cadendo , osservano le sorelle per sempre perdute.
Giacenti in un mucchio scomposto di corpi rigidi ed inerti

la vita sfugge loro come per quelle in terra cadute
e forse per ciò i miei passi son divenuti or ora più incerti.

®© Mario Italo Fucile